L’eterna battaglia fra il vecchio e il nuovo

“It’s the nature of time that the old ways must give in
It’s the nature of time that the new ways comes in sin
When the new meets the old it always ends the ancient ways
And as history told the old ways go out in a blaze”

(Sabaton – Shiroyama)

Da quando abbiamo testimonianze scritte, le generazioni precedenti si scagliano contro le successive, le quali a loro volta considerano retrograde e antiquate quelle che vengono prima. In ogni tempo e luogo, da qualche parte, si può scovare un vecchio rincoglion saggio che tuona contro le nuove generazioni. Ovviamente questo vale anche per il mondo del gioco, ma in questo caso ho deciso di parlare della cosa più in generale, perché si tratta di un tema applicabile alla vita di tutti i giorni.

Ovviamente, premessona doverosona, quanto segue è solo la mia opinione, per quanto abbia cercato di dire cose che poggino almeno un po’ su alcune teorie abbastanza conosciute di storia dell’arte (e qualcosina di teoria dell’apprendimento, psicologia, sociologia e antropologia), senza nessuna pretesa di avere in tasca La Verità, anche perché scritto così, con la maiuscola, l’espressione più che alla ricerca del vero mi fa pensare solo a un giornale di merda che non mi piace granché.

Ma basta preamboli, andiamo al sodo.

“La gioventù concentra i suoi sforzi nel raggiungere l’originalità o più precisamente quello che essa crede sia originalità. È questa un’originalità forzata, voluta, ricercata, ed essa perciò non può avere o non deve avere diritto d’esistenza.”
(Auguste Rodin, in un’intervista del 1912)

“Oggi il padre teme i figli. I figli si credono uguali al padre e non hanno né rispetto né stima per i genitori. Ciò che essi vogliono è essere liberi. Il professore ha paura degli allievi, gli allievi insultano i professori; i giovani esigono immediatamente il posto degli anziani; gli anziani, per non apparire retrogradi o dispotici, acconsentono a tale cedimento e, a corona di tutto, in nome della libertà e dell’uguaglianza, si reclama la libertà dei sessi.”
(Platone, “La Repubblica, libro VII”, 380 a.C circa)

“Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale d’oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.”
(Esiodo, “Le opere e i giorni”, 700 a.C circa)

Sto per dirvi che Rodin, Platone e Esiodo sono dei cretini? Certo che no, ci mancherebbe altro. Ma nonostante la storia ce li abbia giustamente consegnati come filosofi e artisti geniali, anche loro in tarda età si sono convinti che, guarda un po’, quelli prima (cioè loro) sono meglio di quelli dopo, nonostante probabilmente considerassero loro stessi meglio di quelli ancora prima (ossia la generazione precedente).

Il punto è che, secondo me, mano a mano che si cresce e si invecchia succedono una serie di cose nella mente umana che ci portano ad aggrapparci al passato e a rifuggire il futuro, ma questo ci porta anche piano piano – spesso senza che ce ne accorgiamo – a iniziare a negare i vantaggi del progresso e dell’evoluzione tecnologica, sociale e civile. Il che ci sta, per carità, è per l’appunto un processo mentale “normale”, che però per me sarebbe carino almeno provare a ostacolare.

Ma quali sono gli elementi che causano questa “tendenza” del pensiero umano?

Il primo, importantissimo fattore, riguarda la teoria dell’apprendimento: più si invecchia, più l’apprendimento diventa selettivo e auto-diretto. Da persone adulte, tendiamo a “imparare” (usando il termine in senso amplissimo) solo quello che percepiamo come significativo: non abbiamo una propensione a imparare qualcosa per cui non proviamo interesse, o in cui non scorgiamo un significato o uno scopo. Questo può anche portare a “imparare male”, motivo per cui per esempio alcune persone fanno ancora fatica a riconoscere e “chiamare col loro nome” orientamenti sessuali e identità di genere diversi da “ciò a cui sono abituate” o vedono ogni progresso tecnologico come una stramberia (“se io non so usarla, è inutile se non dannosa”). Chi dice “la vera musica è quella fatta con gli strumenti veri, non coi computer” si nega la realtà dei fatti per cui sia gli uni che gli altri sono artefatti creati dalla mente umana e hanno bisogno di competenze e tecniche specifiche per essere usati. Da qui a beccarsi un “ok boomer” è un attimo.

Secondo aspetto: il nostro gusto estetico si forma nel tempo, ma si forma comunque in un contesto ben preciso e tende a mutare meno rapidamente del gusto estetico medio della società. Ossia: se quando si sono formati i miei gusti c’erano dei canoni, e io ho imparato ad apprezzarli, quando li vedo “sconvolti” potrei apprezzare la novità, ma – con sempre maggior frequenza mano a mano che la mia età avanza – la mia “prima reazione” sarà negativa, dubbiosa, magari polemica. Pensate a quante opere, correnti artistiche o tendenze estetiche sono state avversate agli esordi da vecchi tromboni critici esperti. La storia dell’arte, in particolare, è piena di esempi di “mostri sacri” che quando hanno iniziato sono stati sviliti e criticati nei modi più crudeli possibili (a volte causando la rovina o il suicidio degli artisti coinvolti). Manet? Sconveniente e approssimativo. Renoir? Non sa dipingere. Van Gogh? Per carità. Elvis era uno scostumato, i Beatles dei capelloni senza speranza, Madonna una ragazzina senza arte né parte. I Joy Division vennero bollati come “ampollosi e monotoni” e I Black Sabbath sbeffeggiati in varie recensioni. Oggi sono materia di studio come parte della storia della musica. Insomma, per farla semplice: pensi, della musica di oggi, che è incomprensibilmente brutta? Fai cioè esattamente quello che facevano i matusa ai tuoi tempi con le tue band preferite? Uoh, uoh, uoh! Bel lavoro, Tex!

Questo ci porta dritti al terzo elemento, più afferente al mondo delle emozioni: il ricordo di qualcosa, rispetto a una cosa nuova che ci si para davanti, è legato a emozioni diverse e che “viviamo” diversamente. I cartoni animati che guardavamo durante infanzia e giovinezza, oltre a essere “opere in sé” (e godibili da chiunque), per noi che li abbiamo visti fra elementari e medie sono anche ricordi legati a un tempo in cui passavamo giornate spensierate: guardarli era un momento indubbiamente piacevole e privo di problemi che la memoria “recupera” ogni volta che li rivediamo. Se invece guardiamo un cartone animato nuovo, dopo anni che siamo “persone adulte”, abbiamo un bagaglio di esperienze, preoccupazioni e emozioni che ci impediscono di fruire delle cose con gli stessi occhi di allora, cosa che si aggiunge al doverci abituare, magari, a nuovi ritmi, tecniche e linguaggi espressivi. La musica che ci piace è legata a “quando abbiamo imparato ad amarla”. Quella “nuova” ci costringe a mettere in dubbio i nostri gusti e non ha il vantaggio di appoggiarsi sui ricordi felici relativi ai primi amori, i primi concerti, la bellezza della scoperta di emozioni nuove e piacevoli.

Vale per le scoperte scientifiche e il progresso tecnologico, per i mutamenti della società, per le opere d’intrattenimento che ci vengono proposte. Di fronte al cambiamento, ci viene naturale un paragone col passato, un passato in cui magari eravamo più spensierati, e un confronto fra nuove idee e le idelogie che abbiamo imparato ad abbracciare e a difendere negli anni. Ma questo ostacola la nostra capacità di adattarci al nuovo e di cogliere la “bellezza” del progresso, in ogni campo, e anzi a temerne gli effetti.

Insomma, tutto ‘sto pippone per dire che se da un lato è normale (perché è piacevole e rassicurante) rimanere legati ai propri gusti e alle proprie convinzioni, dall’altro se ci si rimane ancorati troppo saldamenti questi secondo me diventano una sorta di “zavorra di pessimismo”; sono fermamente convinto che ogni sforzo dedicato a apprezzare o almeno capire cose nuove venga ripagato con una maggior serenità qui e ora, contrastando la tendenza a vedere “il passato” come “sempre meglio” e, di conseguenza, il futuro come qualcosa di negativo, di “peggiore”, di impossibile da godersi senza rifugiarsi nei ricordi.

Se avete resistito a leggere fin qui (soprattutto se non siete d’accordo), grazie della fiducia, della pazienza o di entrambe. E se vi va di discuterne, ovviamente, mi farebbe molto piacere 🙂

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