Estetica Gioconda #6: il piede

Quando sento dire “animazioni fatte coi piedi”, di solito a danno dell’adattamento anime di un qualche manga famoso, prima di pensare a animazioni fatte male penso invece in automatico al “Piede di Cupido”, ossia l’animazione di un enorme piede che schiaccia qualcosa nei video realizzati da Terry Gilliam per il Monty Python’s Flying Circus e svariati film successivi.

Terry Gilliam, Cupid’s Foot, utilizzato in varie opere audiovisive dal ’69 in poi

La particolarità di questo piede, utilizzato ad arte nei video di Gilliam per “chiudere” facilmente qualsiasi scena facendo calpestare tutto dal piede stesso, è che non è certo un disegno dell’animatore e regista inglese. Si tratta infatti del piede di Cupido, da una delle più famose opere manieristiche1 italiane, l’Allegoria del trionfo di Venere di Agnolo Bronzino. Per le persone più pigre: è il piede in basso a sinistra, quello che sta incautamente per trasformare un piccione in una tartare di volatile.

Agnolo Bronzino, Allegoria del trionfo di Venere, 1540-1545 – olio su tavola (146×116 cm)

In questo caso il piede di un’opera, di per sé ricchissima di allegorie, simbolismi e caratterizzata da una composizione superba (che non starò ad analizzare per non farvi esplodere testicoli e/o ovaie), viene utilizzato in un’altra opera, ma con funzione e senso completamente diversi. Gilliam prende il piede di Cupido, lo “ritaglia”, e dopo aver alterato leggermente la scala cromatica lo trasforma in un escamotage tecnico che ha anche un utile effetto comico.

Lo stesso piede verrà poi citato (e ripreso pari pari, addirittura con una sfumatura di rosa molto simile a quella usata da Gilliam) da Holy Stomping, videogioco gratuito sviluppato da Nico Georget nel 2014 (e giocabile su Newgrounds), oltre a comparire in diverse varianti in alcuni dei videogiochi ufficiali dei Monty Python (sicuramente, per esempio, in Monty Python’s Complete Waste of Time del 1994).

Koubo alias Nico Georget, Holy Stomping, videogioco, 2014

Ma quindi come funziona? Non è “copiare”? Beh, in parole povere un po’ sì, ma non in accezione negativa. Ed è una delle attività fondamentali della storia dell’arte. La creatività, mediamente, si nutre di stimoli: se passassimo la vita in un’immaginaria stanza completamente bianca, senza esperienza del mondo esterno, senza contatti e senza poter fruire di opere altrui, saremmo con ogni probabilità incapaci di produrre alcunché di creativo, mancandoci qualsiasi tipo di fonte di ispirazione, indicazione tecnica o stimolo emotivo, se non basandoci sui nostri ricordi (se ce ne fossero) fuori da quella stanza, finendo probabilmente per predere a testate qualsiasi cosa bianca ci venga messa davanti, compresa una tela o un blocco di fogli bianchi.

La storia dell’arte si basa spessissimo sulla rielaborazione da parte di una generazione di ciò che è stato fatto dalle generazioni precedenti, o perché da queste si studia, si impara e, a volte, si “ruba”, o perché si va in direzione completamente opposta o alternativa, magari proprio spinti dalla volontà di fare “altro” rispetto all’esistente: pensate ai quadri “d’apres” (che citano dichiaratamente altre opere), ai disegni “after someone” dei copertinisti americani o le challenge “disegna X personaggi di altre opere” fatte online da chi disegna webcomics o fumetti.

L’originalità assoluta è de facto una chimera, un risultato utopico: se un’opera fosse davvero completamente originale, sia nella tecnica, che nel messaggio, che per le emozioni trasmesse, probabilmente non verrebbe riconosciuta come “artistica” e spiazzerebbe in modo irrimediabile le persone che la osservano. Pensiamoci: un oggetto creato con una tecnica che non abbiamo mai visto, che ci propone un messaggio che non riusciamo a decifrare (perché basato su linguaggi/metafore che non capiamo) e che quindi ci lascia perplessi perché non riusciamo a “capire” come dovremmo sentirci, lo riconosceremmo come “opera d’arte”? Ma, prima ancora: siamo davvero in grado di concepire un oggetto del genere, che NON prende nessuno spunto da opere precedenti? Non è un quadro, non è una scultura, non è un’installazione, non è un libro, non è una foto, né un prodotto audiovisivo, e non è neanche una performance… non so voi, ma io faccio proprio fatica a immaginarla, questa “cosa“, perché la mente umana tende istintivamente verso ciò che già conosce e fa fatica a “concepire” qualcosa partendo dal nulla.

Per chi volesse approfondire questo argomento specifico, però, lascio la parola a un video che trovo estremamente interessante: Everything is a Remix di Kirby Ferguson.

“Prendere spunto da”, ispirarsi a, utilizzare tecniche altrui, dunque, per ottenere risultati diversi, è piuttosto normale in campo creativo e artistico. Chiaramente ciò non significa “copiare pari pari” o plagiare idee e concetti per sfruttare il successo altrui, ma prendere spunto tutto quello che esiste – a livello di idee, concetti, tecniche, strumenti – per creare qualcosa di nuovo: l’originalità risiede nel risultato, non per forza nell’utilizzo di tecniche nuove, di messaggi inediti o di metafore mai utilizzate in assoluto, ma di un mix di queste tre cose finalizzate a suscitare emozioni e far vivere esperienze estetiche nuove e uniche. Chi invoca l’originalità come pregio assoluto senza aver capito questo principio, secondo me, ha una visione dell’arte poco aderente alla realtà delle cose, possibile solo in teoria, ma inapplicabile non appena l’opera “incontrovertibilimente originale in ogni suo aspetto” incontrerà un qualsiasi tipo di pubblico.

Oh, giusto, la domanda da un milione di dollari: ma le immagini generate da IA sono arte o no?

In breve: secondo me, assolutamente no.
Per me, ma credo che persone ben più esperte di me nel campo dell’arte sarebbero d’accordo, le IA generative sono solo strumenti. Un’opera non è uno strumento e non ha una “funzione”, e il risultato dell’uso dello strumento dipende dall’uso che si fa di quello strumento. L’opera invece “esiste” in quanto trasposizione della volontà e dell’immaginazione dell’autore su un supporto (o tramite una performance) che la renda fruibile a terzi nel modo in cui l’autore stesso l’ha concepita.

Lasciando un attimo da parte il discorso “diritti d’autore” (per cui per me questo strumento deve essere realizzato in modo che non sfrutti senza permesso materiale di proprietà altrui, altrimenti è uno strumento utilizzabile in modo fraudolento, un po’ come lo era un masterizzatore utilizzato per duplicare cd musicali e dvd di film “pirata”), le varie IA generative sono alla stregua di programmi che elaborano/modificano/mescolano immagini come Photoshop, con la differenza che più che a un pennello o a un filtro per regolare colori e luminosità assomigliano a un frullatore. Sono ancora strumenti estremamente imprecisi, per cui il risultato non può mai essere esattamente quello immaginato, per ovvi motivi, anche dopo aver inserito un prompt scritto nel modo migliore possibile rispetto alla specifica piattaforma utilizzata: nessuno può prevedere il contenuto dell’immagine generata al 100% e sarà così per ancora lunghissimo tempo. Manca, sostanzialmente, quella che nello scorso articolo definivo “applicare una tecnica per produrre un risultato atteso“, cioè la possibilità per chi usa lo strumento di prevedere cosa otterrà una volta finito di usarlo. L’IA generativa può creare immagini esteticamente gradevoli, con specifiche “vaghe”, magari anche d’impatto; può elaborare icone e semplici immagini efficaci, ma sempre grazie al prompt inserito dall’utilizzatore e mai in modo che chi preme “genera!” possa sapere precisamente cosa sta per vedere.

Per quanto mi riguarda, però, sarebbe molto diverso se invece, partendo da un’immagine generata da un’IA (come se fosse una foto o un quadro pre-esistente) una persona intervenisse in modo consapevole, non casuale, applicando altre tecniche e usando altri strumenti per comunicare qualcosa di specifico, per suscitare/trasmettere emozioni intenzionalmente e coscientemente: in questo caso potrebbe anche avere tutti i presupposti per essere “un’opera”, posto che il giudizio finale non spetta mai a chi la produce, ma a chi la riceve (pubblico o critica che sia). Chiaramente qua il discorso sarebbe lunghissimo, dovrei aprire una rubrica apposita2, ma quali strumenti si usano per produrre cose non dovrebbe essere oggetto di dibattere, altrimenti dovremmo mettere in discussione qualsiasi opera creata con strumenti non convenzionali o che coinvolgono in parte il caso, come il dripping di Pollock, le performance che coinvolgono un pubblico ignaro, le installazioni che usano l’imprevedibiltà dei feedback video.

Per capirci, l’immagine che ho fatto per la cover di questa serie di articoli è un mix di IA, immagini realizzate da terzi e uso di Photoshop, in cui mi sono “accontentato” di un’immagine generata da IA e di due immagini (la parete e la cornice) royalty-free per realizzare una grafica “di servizio”. Ho la pretesa che sia arte? Diamine, no! La “Gioconda dieselpunk” non è come l’avrei immaginata nella mia testa, per muro e cornice ho preso le primi due immagini gratuite che mi andavano bene (mi bastava che un po’ di “contrasto” fra muro in metallo e cornice in legno), in pratica ho solo usato uno strumento per fare una cosa che io non saprei fare o per farla prima (sacrificando “l’idea precisa” alla rapidità d’esecuzione), il lavoro di altri per lo sfondo, e ho aggiunto le scritte che mi servivano, senza che ci siano metafore particolari o messaggi nascosti e senza voler esprimere o innescare stati d’animo, emozioni e senzazioni precise. Essendo un “banner esplicativo”, inoltre, l’immagine ha una funzione ben precisa (far identificare e riconoscere una rubrica e dare indizi sul contenuto degli articoli), il che cozza parecchio con l’idea di “esprimere solo estetica”.

Se però avessi usato quella stessa immagine, modificandola fino a renderla un quadro (o un video, o l’elemento centrale di un gioco) che riesce a far riflettere chi lo guarda su emozioni e tecnologia, su originalità e clonazione delle idee, beh, avrei proabilmente creato una piccola opera d’arte (ma la decisione, di nuovo, spetterebbe a altre persone): se fosse l’opera che ho immaginato, con una finalità estetica e non pratica, e se come risultato innesca emozioni, non importa che strumenti ho usato per arrivare a quel risultato.

Adesso però potrebbe sorgerci un altro dubbio: ma quindi la pubblicità è arte (perché suscita emozioni e utilizza tecniche) oppure no, perché ha una finalità diversa dall’estetica pura? E i giochi da tavolo? E i videogiochi? Che differenza c’è fra arte e design? Per sapere come la penso non perdetevi il prossimo articolo di Estetica Gioconda.


  1. Corrente artistica del XVI secolo, prima italiana e poi europea, i cui esponenti si ispiravano dichiaratamente allo stile di Da Vinci, Michelangelo e Raffaello, in controtendenza rispetto ai canoni rinascimentali. L’opera del manierista dovrebbe possedere – almeno secondo Vasari, che ne ha largamente teorizzato le caratteristiche, “la varietà di tante bizzarrie, la vaghezza de’ colori, la università de’ casamenti, e la lontananza e varietà ne’ paesi” e “una invenzione copiosa di tutte le cose” (Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, 1550). ↩︎
  2. Ma tanto non sarei comunque sufficientemente esperto e informato sull’argomento per scriverla, quindi per adesso lo spin-off di Estetica Gioconda – “Mona Lisa Cyberpunk” (cit) – dovrà aspettare 🙂 ↩︎

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