Il miracolo di Lucca Games: quando il gioco smette di giocare

Ogni anno, a fine ottobre, la città di Lucca si trasforma in un organismo gigantesco. Ansima, suda, arranca, inghiotte e restituisce fiumi di persone che entrano e escono dalle sue mura come globuli rossi in un sistema circolatorio impazzito, una sorta di live action di Cells at Work.
Occasionalmente, in versione “Black”.

Certo, è un evento unico al mondo, e questo va detto subito: non esiste niente che riesca a fondere, con questa scala, fumetti, giochi, cinema, musica, cosplay, conferenze e mostre, tutto insieme, in un solo, caotico esperimento culturale. Non smetterò mai di ripetere che, avendola vista crescere da “piccolo evento in un palazzetto” a quello che è oggi, Lucca Comics & Games è un monumento alla meraviglia, è un inno alla passione e un prodigio irripetibile. È un miracolo logistico, artistico e sociale.
Ma, come tutti i miracoli, a guardarli da vicino, forse erano solo pastorelle illetterate con le allucinazioni.

Premetto anche che, da un punto di vista prettamente personale, questa Lucca Games per me è stata fantastica: ho partecipato con piacere agli eventi che mi vedevano coinvolto, ho fatto un bagno di fan di Vudù e dei giochi Metal, rivisto amici e colleghi con cui passo sempre tempo con piacere, e stretto la mano a parecchi dei miei miti: Francesco Fanucchi, Marco Marzocca, Faso degli Elii, Stella e Gabriele di Casa Abis, Jack Sensolini. Non cito tutti gli autori di giochi che sennò facciamo notte. Ma questo non mi impedisce di vedere tutti i problemi che, di anno in anno, diventano sempre più pressanti.

Ve la ricordate la canzoncina di Lucca Comics & Games? “Piena di vita, piena di gente…”?
Oggi suona come la parodia involontaria di sé stessa. Una canzone nata per celebrare la festa, che adesso racconta una festa che non c’è più. Non è colpa di nessuno, forse, oppure è una colpa collettiva, la direzione in cui l’evento stava andando era chiara, ma non ricordo veri tentativi di sterzare. Le parole della canzone sono rimaste ferme, e la fiera è andata avanti, gonfiandosi fino a diventare un mostro meraviglioso e ingestibile.
Oggi “ho conosciuto un autore” solo se ho prenotato l’incontro VIP. “C’ho comprato un fumetto” sì, ma online, perché per entrare nel padiglione c’era una fila di sei ore. “Non manca nulla nella mia città”, a parte le rampe e i passaggi per le persone disabili. Si vede l’impegno dopo le polemiche dello scorso anno, ma vedere i bagni fuori dal Carducci allagati – inclusi appunto quelli per le persone disabili – o le carrozine che arrancano nel ghiaino del Games fa un po’ male all’anima.
Il ritornello è sempre quello, ma il ritmo è cambiato: da coro collettivo, da canzone che unisce, a jingle pubblicitario che non funziona più.

Lucca Comics & Games è un sistema. E da game designer, ho il vizio di analizzare i sistemi per capire se funzionano o non funzionano e perché. In questo caso, però, mi limiterò alla parte Games, perché è l’unica che ho avuto modo di osservare, quest’anno più di altri.
Come tutti i sistemi complessi, la fiera tende a ottimizzare le proprie regole per “funzionare”, non per far felici i suoi abitanti, che però sono il suo “cuore” pulsante.

Partiamo dall’elefante nella stanza per chi lavora in fiera (quindi poco raccontata fuori dal circolo degli addetti ai lavori): i nuovi pass espositori. Citando Bill Maher: new rule! Vietato entrare nei padiglioni dove non lavori. Sulla carta, una norma di buon senso per evitare abusi (acquisti di esclusive, problemi con le code). Nella pratica, un palo nel culo per chi nella fiera ci lavora. E non parlo di me, che se voglio posso ritagliarmi del tempo, parlo dei dimostratori, della categoria di lavoratori pagata meno e che sgobba di più. Una roba del genere significa che chi dimostra giochi per dieci ore al giorno non può concedersi dieci minuti per respirare altrove, vedere un autore, comprare un regalo, o anche solo ricordarsi perché fa questo mestiere.
È la vittoria del controllo sulla fiducia, del badge sulla persona. Per un pugno di stronzi che fanno i furbi ci rimettono “quelli più in basso”, come sempre in Italia. Invece che isolare e sanzionare i pezzi di merda, si colpisce chi tiene viva la fiera dall’interno: “sei uno di noi, ma rimani fuori.”

Popolo, non giriamoci intorno. Questi sono quelli che arrivano presto e vanno via tardi, che montano, smontano, spiegano, sorridono e si beccano gli scleri del pubblico dritti in faccia.
Persone che non hanno materialmente tempo di fare la fila, non è una questione di privilegi, è una cazzo di questione matematica: se hai mezz’ora di pausa NON PUOI fare un’ora di fila per farti fare uno scarabocchio su un fumetto. Fine.

Quest’anno, quelle persone hanno scoperto di non poter nemmeno entrare a dare un’occhiata altrove, fra pass limitato e staff in maglia arancione che non sapeva come gestire la cosa (andando spesso “a sentimento”). Sono sicuro che non è stato fatto per cattiveria, ma per design: tagliati fuori di netto, per ottimizzare. Che però è un modo elegante per dire: “non siete davvero parte dell’esperienza”. E invece lo sono, eccome: sono il motore del gioco, la parte viva e non patinata della macchina. Sono la core mechanic che fa funzionare il sistema. Mi devo fermare, sennò bestemmio.

Ma veniamo al Games, ossia il Padiglione Carducci con Games Café annesso, il mio piccolo angolo di realtà parallela per i cinque giorni di fiera. Ogni anno più defilato, più stanco, relegato fuori dalle mura e dal centro dell’azione, appendice sempre più scomoda di una fiera che vive di grandi numeri e grandi sponsor, che magari col concetto di “comics & games” c’entrano il giusto, ma che nel mondo nerd tirano più del celebre pelo di fica.

Senza se e senza ma, il padiglione del Games ormai sembra un rifiuto ingombrante lasciato nel parcheggio, in attesa che Sistema Ambiente passi a ritirarlo.
Quando il gioco si fa duro, il gioco scompare: difficilissimo fare demo di giochi da tavolo se non su prenotazione, le demo dei giochi di ruolo fatte “altrove” e in luoghi affollati e rumorosi, eventi e iniziative urlate col megafono. Il gioco non si gioca: si guarda, si compra, si fotografa.
Però, in effetti, ora che ci penso già nella canzoncina di Lucca Comics il gioco non compariva, quindi forse è solo coerenza e siamo sempre stati solo un’appendice. Intesa come quella intestinale, che se inizia a fare male si taglia e non ci si pensa più.

Lucca Comics & Games è sempre un enorme macchina complicatissima e fusa artificialmente su una città assolutamente non progettata per questi volumi, nessuna persona sana di mente pretenderebbe che un evento di questa scala risulti perfetto e impeccabile sotto ogni punto di vista.
Lucca Comics & Games è davvero un piccolo miracolo, un’esplosione di vita e colori e cultura pop che non ha eguali in Europa e nel mondo.
Ma se ogni nuova regola serve solo a ridurre la libertà di chi partecipa, sia esso lì per godersela o per lavorarci, allora il “sistema di gioco” ha smesso di essere tale ed è diventato un gatcha game in cui l’obiettivo è spremere chi gioca e non fargli vivere davvero un’esperienza appagante.
Come designer, so benissimo cosa succede quando le regole puniscono chi le rispetta: chi gioca smette di divertirsi, e inizia a contare i turni per arrivare alla fine. E col cazzo che gioca una seconda partita.

Lucca resta un miracolo, sì. Ma un miracolo ha bisogno che qualcuno ci creda.
Ed è difficile credere in qualcosa che ti tratta come un corpo estraneo, e che ti tiene fuori con le transenne, e che divide il pubblico non in base alle proprie passioni, ma in base a quanto è disposto a pagare o a farsi trattare di merda pur di partecipare alle iniziative che gli piacciono.

Detto questo, l’anno prossimo saranno sessant’anni di Lucca Comics & Games: viva Lucca Comics & Games, lunga vita a Lucca Comics & Games, ma mettiamo un freno alla deriva attuale perchè sennò, citando Zerocalcare, dopo trent’anni di onorato servizio mi sa che a Lucca ci vengo col coso… come si dice… avete capito.

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