Estetica Gioconda #5: lo squarcio

“Questo lo saprei fare anche io”, dirà l’ingenuo osservatore di fronte all’opera che sto per mostrarvi, mentre raggiunge contento la vetta più alta di Monte Dunning-Kruger. Avrei potuto prendere ad esempio anche qualche quadro di Pollock, o di Mondrian, ma ho preferito rimanere sul classico. Dopo tutto, dai, che ci vuole a prendere una tela a coltellate?

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attese, – 1964; cementite su tela, (190,3 x 115,5 cm)

Beh, in effetti non ci vuole niente a prendere a rasoiate una tela. Soprattutto se quello che volete è ottenere una tela strappata a cazzo di cane. Vogliamo provare a fare un art attack? Andiamo in un negozio di materiali artistici, e acquistiamo una tela, anzi, per sicurezza prendiamo quella che costa di più, lino puro. Poi procuriamoci un rasoio, un coltello, o – già che siamo in un negozio di strumenti per artisti – un taglierino Stanley, della stessa marca usata da Fontana. Fatto? Bene: adesso proviamo a fare un taglio dritto sulla tela.

OPS.

Ma che cazzo?!… La tela si apre, andare dritti è difficile perché i bordi si piegano e si ammosciano, e se il taglio si allunga pezzi di tela iniziano inesorabilmente a “pendere” senza vita. Se lo strumento è poco affilato, poi, è un disastro: la tela si strappa e si sfilaccia, rovinandosi irrimediabilmente. Quello che abbiamo davanti, in ogni caso, è una tela strappata in modo ben diverso da quello che avevamo immaginato. Una tela “rotta”, senza tensione, e che non esprime molto se non un insensato odio per il lino lavorato. Ma allora… come mai i tagli di Fontana sono così perfetti, e soprattutto ancora “integri” dopo sessant’anni?

Ed è qui che entra in gioco la tecnica. Se uno taglia una tela a minchia di bracco, questa – SPOILER – si strappa male e basta. Fontana usava tela di lino belga, dopo aver sperimentato con diverse tipologie di materiale; preparava la superficie con una stesura di cementite bianca, sia sul fronte che sul retro della tela, e come leganti – quelle sostanze che hanno lo scopo di facilitare l’adesione delle tinte al supporto – usava delle resine alchidiche; la quantità e la consistenza di tinture e leganti ovviamente se l’è trovata da sé, partendo dagli usi comuni degli stessi. Dopo fissava la tela al telaio in modo diverso dal normale, alternando chiodi e punti metallici per aumentarne la tensione, e colorava la tela stessa con una tecnica in grado di “coprire” la tela senza che si vedessero le pennellate (il modo migliore, presumibilmente, è l’idropittura, che è la tecnica usata da Fontana a fine carriera). Prima che la tela si asciugasse, ma non nel momento di massima umidità, con un timing stabilito con innumerevoli “prove”, Fontana procedeva poi al taglio vero e proprio, seguito dall’applicazione di una garza nera, incollata dietro i tagli con colla vinilica diluita, avente la funzione di aumentare la stabilità della tela, di migliorare la sua tenuta nel tempo e di impedire la visione del muro retrostante.

Ma anche adesso che (a differenza di Fontana quando ha iniziato a sperimentare) sappiamo come funziona, siamo proprio sicuri che riusciremmo a rifarlo? Conosciamo le dosi di tinture e leganti? Sappiamo miscelare la colla per le garze senza che deformi la tela? Sappiamo stendere il colore in modo uniforme? E anche se fosse, stiamo solo “rifacendo” qualcosa di già fatto, non stiamo creando qualcosa di unico riflettendo sul concetto di spazio e di tridimensionalità rispetto all’oggetto-tela, stiamo solo replicando il lavoro altrui (magari senza averne capito le intenzioni). Insomma: non stiamo “facendo qualcosa che abbiamo immaginato”, ma “rifacendo qualcosa fatto da altri, dopo che ci hanno detto come farlo”. E probabilmente lo faremmo comunque MALE, come direbbe Barbascura, almeno le prime volte.

Uno dei punti cardine dell’arte è che si applica una tecnica per produrre un risultato “atteso”. Cioè: quando l’artista fa qualcosa, lo fa aspettandosi un risultato, e continuando a esercitarsi e a sperimentare finché non lo ottiene. Quindi (se vi ricordate di cosa abbiamo parlato qui), l’arte è il risultato che si ottiene quando un concetto viene metaforizzato in modo da produrre emozioni attraverso una tecnica. Questo, ovviamente, non significa che ogni opera ci deve piacere. Significa però che non basta “che esista un oggetto” perché questo sia arte, dev’esserci dietro un messaggio, un’idea, che viene veicolata (anche) dalla tecnica dell’artista. Quello che vediamo – se l’artista ha deciso di esporlo – è il frutto della sua tecnica, che ha dato “corpo” a una sua idea nel modo voluto dall’artista stesso.

Anonimo, Adiopupa Tioamato – 1999; ignoranza su muro deteriorato, (182 x 66 cm): forse un giorno sarà considerata arte, ma oggi proprio no.

Insomma: che stiamo parlando di una persona che compone o suona della musica, o che dipinge, scolpisce, progetta giochi, elabora grafiche, o di una persona che recita, riprende, monta video, per parlare di arte dev’esserci (anche, se non “soltanto”) una finalità estetica, dovrebbe esserci un concetto/messaggio o una metafora (espressi più o meno apertamente) e almeno una tecnica utilizzata in modo da produrre esattamente il risultato desiderato. Almeno in generale, diciamo: non è una regola che vale per forza per tutto tutto tutto, che l’arte è una cosa che evolve di continuo, ma se ci sono tutte e tre, molto probabilmente è arte. Se invece ne manca qualcuna, magari stiamo guardando uno splendido esercizio di stile, un oggetto dal design molto intelligente, una fortunata coincidenza. Ad ogni modo, ricordiamoci sempre che l’arte è un concetto sfumato, che muta di continuo e che è difficilissimo da definire, per cui non sediamoci troppo di peso su idee consolidate, che non si sa mai cosa s’inventerà l’umanità domani, per provare emozioni nuove o emozioni note in modi diversi.

Attenzione, quindi, a non incasellare troppo l’arte: come abbiamo visto, “tecnica” ha diverse declinazioni, può essere inteso anche come “tecnica” anche il ready-made, ossia il ricontestualizzare un oggetto comune (come abbiamo visto fare a Duchamp), oppure la modifica o la traduzione in un altro media di qualcosa di pre-esistente, e la creatività poggia spessissimo sullo sfruttamento, sulla modifica o sulla rottura di idee, stili e tecniche precedenti. Ma, pur senza irrigidirci troppo (che sennò diventiamo antipatici), proviamo a ricordarci questo terzetto: finalità estetica + messaggio/metafora + tecnica. Se ci sono tutte e tre, molto probabilmente è arte. Dai, è già qualcosa, no?

Partendo proprio dalle contaminazioni, comunque, la prossima volta parleremo di un piede e delle sue avventure su tela e in TV, per poi iniziare a punzecchiare con un bastone l’elefante con cinque zampe nella stanza: ma le immagini generate da IA sono arte o no?


Addendum: grazie a un commento di un amico mi sono reso conto che potrebbe sembrare che io riduca Fontana a “tecnica”, quando invece – al di là della perizia tecnica stessa, che gli era necessaria a realizzare ciò che voleva – la sua produzione artistica è estremamente ricca di significati, di gesti di rottura e di sperimentazione. In breve, Fontana è stato uno dei primi artisti (insieme ad altri grandi come Delugi e Finzi) a sentire l’urgenza di introdurre le dimensioni del tempo e dello spazio (ma anche del suono e della luce), ponendo il proprio focus non sull’oggetto rappresentato, ma sul rapporto fra opera, impulso creativo e mondo moderno (la presenza di suono e luce deriva dalla grande attenzione prestata dagli spazialisti – questo il nome della corrente di Fontana – alle nuove tecnologie come radio e televisione).

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