
Estetica Gioconda torna con uno speciale sulla settima arte, il cinema, e oggi lo fa con un intento ben preciso: farvi parlare di cinema senza che al sottoscritto venga voglia di emigrare sul picco più remoto del tibet pur di non sentire di nuovo le parole “ritmo” e “scena” usate, come direbbe il maestro Ferretti, “a cazzo di cane”.
Ma, come al solito, partiamo da un oggetto comune e vediamo cosa viene fuori.
Signore e signori, questa – come potete ben vedere – è una slitta. O, meglio, uno slittino.

Adesso però prendiamo un altro silittino, decisamente più famoso di quello della foto precedente, e vediamo che significato può assumere in un contesto artistico come può essere un film.
Una slitta potrebbe, per esempio, diventare il simbolo dell’infanzia perduta. Un simbolo che, per un protagonista destinato al fallimento, un protagonista che nessuno riesce pienamente a inquadrare, incarna il ricordo di un tempo privo di affanni e l’amore per una madre a cui è stato sottratto troppo presto. Il personaggio principale ha rimosso, a livello conscio, quelle sensazioni, ha sepolto quel ricordo specifico in mezzo a infiniti altri – rappresentati dagli oggetti che colleziona e ammassa – ma lo recupera in punto di morte, dando un indizio allo spettatore di quanto sia complessa e dolorosa la natura umana.

Abbiamo già parlato delle metafore e del fatto che in campo artistico un oggetto o un dettaglio possono avere significati molteplici e, spesso, non immediatamente evidenti a chi fruisce dell’opera stessa. Nel caso di un film, però, questo meccanismo si applica non solo al singolo fermo-immagine, ma ad avere un senso “altro” o comunque non didascalico può essere qualsiasi cosa: la sceneggiatura (trama, sviluppo dei personaggi, dialoghi, colpi di scena), la regia e la fotografia (movimenti di macchina, messa in scena, uso dei colori), il montaggio (velocità, ritmo, uso dei raccordi). Il linguaggio cinematografico è molto complesso, e quindi è facile prendere cantonate, soprattutto se si provano a usare termini “tecnici” senza aver capito a cosa servono e cosa indicano di preciso. Lo slittino della prima foto è uno slittino, lo slittino della seconda racchiude tutto il senso di uno dei film più emblematici della storia del cinema, è l’essenza del protagonista, è un turbine di emozioni che si concentra in un singolo momento. Se una persona pensa che Quarto Potere sia un film noioso o lento o senza senso, probabilmente significa che ha osservato Quarto Potere senza guardarlo davvero, pensando arrogantemente che Orson Welles abbia messo immagini a caso una dopo l’altra in modo meccanico (e senza neanche una scena di lotta o uno struggente bacio finale per sancire un romantico lieto fine, dove andremo a finire signora mia).

Dunque, scendiamo alle basi del media e vediamo di capire un po’ meglio come è fatto un film e cosa significano davvero tutte quelle parole che usiamo quando parliamo di cinema, come “ritmo”, “scena” o “fotografia”.
Proviamo, per esempio, a definire in poche parole il concetto di “scena”. Voi come la definireste in modo univoco, in modo che la definizione si applichi a qualsiasi scena di qualsiasi film? Ebbene, in questo caso c’è una definizione efficace e semplice: con scena si intende un insieme di inquadrature unite tra loro da una continuità di spazio, di tempo e di azione. Se cambia una di queste cose (il luogo, il tempo o l’azione svolta), è avvenuto un cambio di scena. Quanto più spesso, tramite il montaggio o altri escamotage, avviene un cambio di scena, tanto più un film tenderà ad avere un ritmo “veloce”. Ebbene sì: un film non è “lento” o “ritmato” a seconda dei nostri gusti o di come ci siamo svegliati stamattina, ma è uno dei parametri più “oggettivi” possibile, essendo determinato dal numero di tagli e dalla lunghezza delle scene stesse (in generale: più lunghe le scene, più lento il film).
Ci accorgiamo subito, però, che nella definizione di “scena” troviamo un’altra parola che decisamente non trova molti usi al di fuori del cinema o della fotografia: “inquadratura”. Sapreste dare una definizione di inquadratura? Dai, questa è facile. L’inquadratura è la porzione di spazio fisico (un ambiente, un paesaggio, etc.) osservabile dall’obiettivo della macchina da presa. Questo concetto è abbastanza immediato se pensiamo a una foto, ma in un film le immagini si muovono, per cui un’inquadratura è tutto quello che viene inquadrato dalla macchina da presa e che è compreso fra due tagli di montaggio, movimenti di macchina (ossia movimenti del punto di vista) inclusi, finché non c’è una cesura del montatore. Una serie di inquadrature compongono una scena, e una serie di scene compongono una sequenza, ossia una porzione di film che ha autonomia narrativa (in cui, cioè, si capisce cosa sta succedendo a livello di storia: due killer che irrompono a casa delle vittime mentre queste mangiano hamburger a colazione, il dialogo fra un’investigatrice e un assassino cannibale in un carcere di massima sicurezza, o l’allenamento di un pugile italo-americano prima dell’incontro clou contro un enorme pugile russo). Qualora la sequenza fosse composta da un’unica inquadratura – dotata di per sé di autonomia narrativa – è stato usato il famoso “piano-sequenza” (long take o sequence shot, in inglese).
Usare diverse tecniche di regia e montaggio cambia radicalmente l’impatto che le immagini hanno su di noi e può racchiudere significati nascosti quanto elementi narrativi più evidenti. In questo, un film è molto simile a un videogioco o a un gioco da tavolo, in cui una regola può avere – oltre ad un ruolo funzionale al corretto svolgimento della partita, anche un senso nascosto a livello metaforico, un’utilità a livello di paragame e coinvolgimento cinestetico o visivo: un film – come un gioco – è composto da tantissimi elementi e offre possibilità artistiche e creative in ognuno degli ambiti coinvolti, dalle scenografie alla colonna sonora passando per sceneggiatura, fotografia, regia e montaggio.

E già che ci siamo, vediamo anche nel dettaglio “da quali elementi è composto un film” e chi fa cosa sul set, così quando un film vi fa cacarissimo sapete almeno a chi dare la colpa.
La sceneggiatura è la scrittura della trama del film ad uso e consumo della troupe e degli attori. Se il soggetto è una sorta di riassunto generico della trama, la sceneggiatura è un testo strutturato in titoli, descrizioni e dialoghi pensato appositamente per essere trasposto in immagini in movimento. Se qualcosa non vi torna a livello di trama, se avete intuito un colpo di scena con largo anticipo, se i dialoghi vi sembrano “finti” o se banalmente nel film non torna un cazzo a livello di storia, mediamente dovete prendervela con lo sceneggiatore.
La regia, altresì detta “direzione”, si occupa della direzione artistica dell’opera: il regista è “l’autore” del film, nel senso che è la persona che deve avere ben chiaro il quadro generale, cosa l’opera vuole esprimere. Il regista si occupa di coordinare tutto ciò che è “messa in scena” (ossia tutto quello che succede sul set: coordinare le maestranze, istruire attrici e attori etc) e sovraintende a tutto il resto, almeno nel cinema occidentale: è raro che un regista non supervisioni o modifichi la sceneggiatura o che non segua in qualche modo anche il montaggio. Quando un film proprio non vi piace nel suo complesso, perché non cogliete il messaggio (o lo cogliete ma vi sembra banale o “sbagliato”), probabilmente è perché quello che ha fatto il regista va in direzione opposta ai vostri gusti e alle vostre aspettative.
La fotografia, invece, indica i processi e le tecniche attraverso le quali viene catturata la messa in scena. Di base la fotografia si occupa delle luci (e, di conseguenza, delle ombre), della resa del colore (o della sua assenza) e, insieme al regista, della definizione delle inquadrature. Quando di un film non vi piace la resa visiva, e lo trovate troppo scuro, o troppo patinato, o troppo piatto a livello di colori, ecco, la colpa probabilmente è del direttore della fotografia.
Il montaggio costituisce il cuore della “post produzione” (ossia tutto ciò che avviene dopo le riprese), e che i cinefili snob come me considerano l’elemento fondante dell’istanza narrante (che sono paroloni per dire che senza un buon montaggio non si capisce una sega nulla della trama), è forse l’elemento che maggiormente distingue il cinema da altre forme espressive: la regia esiste anche nel teatro, la fotografia cinematografica è una “derivazione” della fotografia classica, la sceneggiatura è una forma di letteratura, mentre il montaggio è un elemento che nasce col cinema.
Il montaggio consiste nel mettere in ordine e nella sequenza voluta tutto ciò che è stato girato; regia, fotografia e montaggio concorrono nella costruzione espressiva del racconto narrato dal film, ed hanno ciascuno a suo modo un potere enorme sul risultato finale: la regia determina “cosa va in scena”, la fotografia “come” a livello visivo e il montaggio “come” a livello temporale. Se un film vi sembra lento o confuso, se non capite cosa sta succedendo o fate fatica a identificare tempo e luogo dell’azione, è molto probabile che sia colpa del montatore.
Esistono altri elementi molto importanti, come la colonna sonora, le scenografie o gli effetti speciali, ma i ruoli predominanti sul set sono quelli che regolano sceneggiatura, regia, fotografia e montaggio; inoltre, c’è anche tutto il settore di produzione (produttore, produttore esecutivo, addetto al casting etc) che si occupa degli elementi economici della lavorazione. Non immaginateli come “comparti stagni”, un film è un mix di tutte queste cose ed è compito del regista far sì che i vari reparti creativi e tecnici lavorino in modo coerente ed armonico, in accordo con la sua “vision” dell’opera.
E ovviamente c’entra tantissimo anche la performance del cast, che “di base” dovrebbe recitare quello che c’è scritto sulla sceneggiatura seguendo le direzioni del regista, ma che ovviamente cambia in base a attrici e attori, che mettono in campo le proprie abilità espressive (uso del corpo, uso della voce, capacità di improvvisare etc) seguendo il proprio stile. Attori diversi restituiscono emozioni diverse a seconda del film e dello stile dell’autore, al punto che un attore potrebbe essere bravissimo con un regista e un cane senza appello nelle mani di un altro.

Wes Anderson, gif animata da The Life Aquatic with Steve Zissou (Le avventure acquatiche di Steve Zissou), Colore in 2,35:1, Touchstone Pictures, 2004, USA
A monte di tutto questo, però, secondo me devono soprattutto valere tutte le regole viste finora per parlare d’arte senza fare figure di merda, ossia:
– Capire che un’opera d’arte, mediamente, è molto più complessa di quello che può sembrare a prima vista, e in un film questa regola vale “al cubo”: prima di dire che un film è lento, confuso o incomprensibile bisognerebbe avere la certezza di aver capito le intenzioni di chi l’ha fatto e saper valutare se il messaggio ci sia arrivato correttamente: se pensiamo che un regista pluripremiato o un critico che campa scrivendo libri sull’analisi dei film ne sappia meno di noi di cinema, novantanove su cento non è perché siamo geni incompresi, ma perché stiamo orgogliosamente in piedi sul picco più alto di Monte Dunning-Kruger.
– Prendere atto che persone diverse cercano cose diverse in un film: c’è chi dà più peso alla trama, chi ai personaggi, chi alla fotografia, chi alle scelte registiche o di montaggio. Il fatto che un film non ci piaccia perché la storia non è sviluppata nel modo che piace a noi o perché ha scene lunghe e un montaggio “lento” mentre a noi piace vedere un sacco di azione e un montaggio serrato non vuol dire che il film sia scritto male o montato volutamente in modo da infastidirci, ma che magari non è nelle nostre corde emotive ed estetiche e quindi “fallisce” nel trasmetterci quello che il regista voleva. Questo non vuol dire che non esistano film brutti, ma che è un po’ ingenuo pensare che siano stati “concepiti brutti” o “realizzati male a 360°”, e pensare che il nostro gusto sia quello “giusto” o che il concetto di “bello in senso assoluto” abbia deciso di rivelarsi solo e proprio a noi è giusto un filino arrogante come posizione.
– Aver visto molti film, [inserite una bestemmia rafforzativa qui], non ci rende esperti di cinema, così come giocare tanto non ci rende game designer o ascoltare un sacco di dischi non ci rende musicologi; inoltre, saperne molto di una singola arte non ci rende esperti in tutte le altre. Uno scrittore potrebbe riuscire ad analizzare alla grande una sceneggiatura, uno sceneggiatore di fumetti riuscirà probabilmente a aggiungere anche cose interessantissime sulla messa in scena e il ritmo, un musicista potrà descrivere tutti i movimenti di una colonna sonora, ma un film non è un libro, né un fumetto, né un album musicale, è un’altra cosa ancora. Così come non è detto che un regista sappia scrivere una graphic novel o che un montatore sappia gestire il mixing di una canzone, non è detto che un illustratore sappia valutare tutti gli elementi di un’opera filmica. Insomma, nessuno può avere la certezza di aver capito appieno un’opera, né voi, né io, né la buonanima di Morando Morandini e neanche Nanni Cobretti dei 400 Calci, anche se per me lui ci va spaventosamente vicino.
Infine, vi lascio la mia “regola d’oro”: “Sii curioso, e non giudicante.”
Questa citazione di Walt Whitman (ripresa anche in un episodio che mi è piaciuto molto della serie Ted Lasso), per me è alla base non solo della metodologia di analisi storico-artistica e dell’analisi di opere di qualsiasi tipo, ma è anche la base di, tipo, qualsiasi rapporto umano. Probabilmente è impossibile non “giudicare” mai qualcosa o qualcuno, ed è anche normale voler dire la nostra opinione su un film o un artista, però possiamo sempre anteporre a qualsiasi giudizio il massimo grado di curiosità e umiltà: facciamo domande e non emettiamo giudizi troppo in fretta o in modo arrogante. Questo, per me, è il modo migliore di parlare di arte senza fare figure di merda: appoggiandoci alle nostre conoscenze, ma avendo sempre la consapevolezza che fare domande e imparare e dialogare è utile a crescere, mentre sbattere il cazzo sul tavolo come se avessimo il diritto di giudicare in modo infallibile l’arte altrui è, se non proprio una roba da stronzi, quantomeno un atteggiamento arrogante e pure un po’ maleducato, da cui impariamo ben poco.
Adesso non vi resta che commentare, magari indicandomi il vostro film preferito e perché vi piace così tanto ❤