
Se rimanessi solo a casa e mangiassi del formaggio molle, l’unica reazione del mio cervello sarebbe, probabilmente, qualcosa tipo “avrei dovuto comprare del pecorino stagionato, il camembert mi fa abbastanza cacare”. Quando la stessa cosa capitò a Salvador Dalì, invece, nella mente dell’artista catalano s’innescarono una serie di pensieri a catena, che lo portarono a dipingere “La persistenza della memoria”, una natura morta (o quasi), in cui tre orologi si stanno “sciogliendo” e un quarto è capovolto e ricoperto di formiche, mentre sullo sfondo osserviamo la costa Brava nei pressi di Port Lligat, in Catalogna. Ci sono altri elementi: uno degli orologi poggia su un ramo, un altro sta su un tavolo e ospita una mosca, uno giace su un essere mostruoso non precisato, forse dormiente, forse defunto. Come il mio spirito artistico mentre mangio il camembert.

Ma, tornando a noi: adesso che sappiamo che quella di Magritte non era una pipa, beh, non ci faremo certo fregare da Dalì: abbiamo già capito che quelli non sono davvero solo orologi.
Quelle metafore che abbiamo conosciuto nello scorso appuntamento, infatti, abbondano nel quadro del pittore catalano. Innanzitutto gli orologi, metafora della fluidità e ineffabilità del concetto di tempo, inteso dall’artista come iper-soggettivo: a dispetto della complessità e della rigidità degli strumenti che usiamo per misurarlo, il tempo per Dalì è condizionato dall’umore, dalle azioni che compiamo e dai nostri ricordi. Ma non solo: l’orologio “girato” e preda delle formiche, per esempio, derivazione di un ricordo d’infanzia dell’artista, rappresenta la morte, il tempo che si ferma. Il mare all’orizzonte, invece, presumibilmente rappresenta la libertà (del pensiero prima che del corpo).
Un po’ come nel caso della pipa di Magritte, insomma, la metafora è lo strumento che l’artista usa per esprimere concetti più profondi di quelli che potrebbe esprimere qualcosa di ugualmente visivo, ma estremamente didascalico, come le istruzioni per montare un mobile svedese (che infatti non sono un’opera d’arte, anche se possono innescare emozioni forti se si scopre solo alla fine del montaggio di aver assemblato alla rovescia metà mobile).
Le metafore possono agire sia sul lato concettuale che su quello emotivo. Per esempio, un simbolo è una trasposizione concettuale e immediata, mentre un’allegoria è una trasposizione concettuale, ma molto più “relativa” e di difficile interpretazione; altri tipi di metafora possono invece “spingere” direttamente sulle emozioni o sull’estetica.
Faccio un esempio. Prendiamo il film A Clockwork Orange, per rimanere in tema di ingranaggi. Il concept dell’opera (mutuato dal libro omonimo) si basa su una metafora di base: un’arancia (normalmente succosa e appetitosa) rivela la sua vacuità e insipienza una volta resa “meccanica”, ciò che l’opera esprime in più modi è infatti che privare l’uomo della volontà e della possibilità di scegliere fra bene e male significa renderlo contenitore vuoto, una bellissima arancia priva di succo. Kubrick aggiunge e distorce altri simboli o metafore: il bianco, associato in occidente al latte, all’infanzia, alla purezza, in Arancia Meccanica viene usato per esprimere dissolutezza, assenza di empatia; l’opera abbonda di sculture e quadri a sfondo sessuale e di citazioni, come quando i carcerati ricreano durante l’ora d’aria La ronda dei carcerati di Van Gogh.
Qualsiasi tipo di metafora, similitudine simbolo o allegoria, però, presenta un problema di base: per capirne del tutto la trasposizione concettuale, è necessario conoscere entrambi gli ambiti (ciò che viene descritto o mostrato, e ciò che invece viene metaforizzato). Quando Alex, parlando del clochard che i suoi drughi si apprestano ad assalire, dice che sta ruttando “come se avesse tutta una lurida orchestra nelle sue putride budella”, l’immagine ci appare chiara solo se sappiamo cos’è un’orchestra. Se per noi l’espressione “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura” è facilmente leggibile come una metafora di una crisi religiosa o personale di mezz’età, ci è molto più difficile capire cosa siano le tre fiere che la popolano, mentre per un coevo di Dante era immediato associarle allegoricamente a peccati come lussuria, superbia e cupidigia. Per tornare agli orologi di Dalì, se la metafora del tempo “fluido” ci appare abbastanza comprensibile, per capire quella del mare ci serve conoscere un po’ di simbologia dei surrealisti, mentre per quella delle formiche potrebbe non essere immediata l’associazione con la morte (anche se è intuibile dall’orologio-cadavere capovolto preda degli insetti e dal fatto che su uno degli orologi, fra quelli ancora “vivi”, si sta comunque già posando una mosca, la cui ombra punta verso le 12). Cosa sia di preciso l’essere con l’occhio chiuso, se una metafora dell’uomo o dell’artista stesso, infine, lo sa solo Dalì: sono state fatte delle ipotesi, ma se dal lato emotivo è facile associare a quell’essere inquietudine, angoscia e abbandono, sia per la sua forma che per i colori utilizzati, concettualmente è molto più arduo darle un senso univoco. Come succede a me con il camembert.
E questo ci riporta a contesto e soggettività: ogni opera dovrebbe essere valutata innanzitutto nel suo luogo e nel tempo (perché attingerà a simboli, stilemi e idee della propria epoca) e ci si dovrebbe sempre chiedere qual è il significato dell’opera stessa, cosa vuole esprimere concettualmente e emotivamente, al di là di ciò che ci viene mostrato dalle immagini, dai suoni o dalle parole in quanto tali. Questo, ovviamente, oltre a valutare quali emozioni ci suscita e perché (per lo stile, per il contenuto, per il nostro vissuto etc).
Detto questo, direi che è tutto pronto per l’impatto: la prossima volta scopriremo cosa succede all’arte quando viene fruita da diversi tipi di pubblico, e come – soprattutto oggi, ma anche in passato – abbia un discreto impatto sull’equazione il vile denaro.