Chi mi segue sa quanto sia interessato a giochi che non vogliano solo intrattenere, ma che provano anche a dire qualcosa. E probabilmente sa anche quanto io abbia a cuore il dramma del genocidio in atto nella Striscia di Gaza.
Non a caso il mio ultimo gioco, When Colors Fade, è prima di tutto un grido di rabbia e frustrazione per quello che sta succedendo nella in Palestina e un tentativo che GateOnGames e io abbiamo voluto fare per mandare qualche aiuto sul posto attraverso Emergency, per quanto piccolo esso sia.
Il mondo non sta sempre in silenzio di fronte all’orrore, e per fortuna gli autori di giochi non fanno eccezione. Qualche giorno fa mi sono imbattuto, per esempio, in un articolo di Giochi Sacri che segnala cinque videogiochi dedicati alla Palestina e all’inferno che vivono i Gazawi.
Nella lista, però, non compare un piccolo gioco gratuito che ho provato recentemente e che secondo me merita assolutamente un quarto d’ora del vostro tempo.
Si chiama Ishmael.
Tre giorni a Gaza
Ishmael si definisce “una breve storia ipertestuale arricchita da elementi multimediali sui cicli perpetui di sfollamento e violenza, visti attraverso gli occhi di un bambino”.
È un’esperienza estremamente minimale, a metà strada fra una visual novel e un racconto interattivo. Si legge, si clicca, ogni tanto si interagisce con qualcosa, di solito giocando con gli altri bambini del campo. Dopo tutto Ishmael è un ragazzino, cosa dovrebbe fare se non giocare? Nei quindici minuti di gioco viviamo tre giorni della vita del protagonista, in cui emerge da subito la grande impazienza del bambino per un grande evento, in cui potremo anche assistere a uno spettacolo di marionette, che si terrà nel fine settimana.
Ishmael ci descrive la sua vita. La sua famiglia, le persone che conosce, quello che succede nel suo quartiere, il rapporto con gli altri bambini. Questa prospettiva permette a Ishmael di raccontare la Palestina senza trasformarsi in un piccolo trattato di geopolitica ambulante, ma facendoci vedere qualcosa di quotidiano,
Certo, c’è “il nemico”, che ci ha cacciato dalla nostra casa. E ci sono “i nostri leader”, in cui abbiamo fiducia anche se imbracciano minacciosi fucili. Non serve menzionare Israele e Hamas, perché non è in quei termini che Ishmael pensa a loro.
Il gioco racconta un popolo vittima della violenza e dello sfollamento, ma anche cosa succede quando la lotta contro quella violenza minaccia l’infanzia di chi dovrebbe proteggere. E di come si possa soffrire per entrambe le cose.
“Ma è un gioco?”
L’interazione è ridotta all’osso. Tanto che alcune recensioni finiscono inevitabilmente per discutere se Ishmael sia davvero un videogioco o poco più di un racconto illustrato nel quale ogni tanto bisogna cliccare qualcosa. Almeno in questo caso, però, per me il dubbio non esiste.
Perché a un certo punto Ishmael usa l’interattività in un modo semplicissimo ma estremamente efficace, facendo passare uno dei suoi messaggi di fondo con la stessa violenza di un pugno nello stomaco.
Ovviamente non ho nessuna intenzione di dirvi come: è uno di quei momenti che funzionano proprio perché state giocando, perché siete voi ad avere qualcosa davanti e siete voi a dover decidere cosa farne.
Cosa ho provato
Anche se sono abbastanza suscettibile ai giochi che picchiano duro sul versante emotivo, non ho pianto alla fine di Ishmael. Non era commozione quella che stavo provando.
I brividi, però, mi sono rimasti per qualche minuto, anche dopo che si era sciolto il nodo aello stomaco, e il sapore amaro in bocca stava sparendo.
Ishmael è minimale, imperfetto e quasi interamente fatto di testo. Ma usa quel pochissimo che ha a disposizione per raccontare qualcosa di enorme. Ma non sarò io a dirvi cosa.
Ishmael dura un quarto d’ora ed è gratis. Cosa state aspettando? Giocatelo. Lo trovate qui.


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