Settimana piena, quindi ho scritto poco… però posso anticiparvi che una delle cose che ho fatto recentemente è stata partecipare come ospite a una puntata del podcast Gioco Male in cui abbiamo parlato di “messaggi politici e sociali nei giochi da tavolo” (o, meglio della loro quasi totale assenza). Abbiamo registrato ieri sera, la puntata andrà online nei prossimi giorni, per me è stato piacevolissimo partecipare, spero che ascoltarla lo sarà almeno un pochino anche per chi lo farà.
Detto questo, passiamo all’argomento del giorno. Su Steam ci sono centinaia di giochi gratuiti: esperimenti, demo, giochi abbozzati, giochi (talvolta) senza senso se non la pervicacia dell’autore nel volerli far esistere. Oggi però parliamo di Burning Daylight, un gioco che non inserirei assolutamente in quel mucchio, tanto che giocandolo ho avuto la tentazione di controllare un paio di volte se fosse davvero gratis.
È un’avventura fantascientifica realizzata nel 2019 da dodici studenti danesi di The Animation Workshop, nessuno dei quali aveva mai sviluppato un videogioco prima. Dura meno di un’ora, è praticamente un walking simulator (ci sono dei mini-puzzle, se vogliamo considerare un puzzle “tira una leva per aprire una porta”). ma è un’esperienza visivamente notevole, e lascia qualche domanda filosofica dietro di sé.
Raga, gratis. C’è roba che costa soldi veri che fa la stessa cosa molto peggio.
Benvenuti (più o meno) nel futuro
Burning Daylight comincia con un uomo nudo che si sveglia in quella che sembra un’enorme discarica. O un mattatoio. Niente di allegro. Non sappiamo chi sia. Non sappiamo come sia arrivato lì. Non sappiamo perché. Inizia così un viaggio attraverso una gigantesca struttura, mentre iniziamo lentamente a capire qualcosa del mondo in cui vive.
Il gioco parla pochissimo, più che altro mostra: attraversiamo ambienti industriali, bassifondi, strutture mastodontiche, strade inondate da luci e pubblicità. Corpi, macchine e immagini si confondono continuamente.
Blade Runner, Akira, Matrix e soprattutto Inside sono riferimenti piuttosto evidenti. Eppure Burning Daylight riesce ad avere una propria identità visiva e, soprattutto, concettuale.
Una distopia da attraversare
Non faccio troppi spoiler, ma nel gioco attraversiamo un mondo che è una fusione malata di artificiale e organico. Gli esseri umani vengono trattati come prodotti, ma non è chiaro se siano le macchine a dominare o ad essere solo strumenti nelle mani di qualcuno.
Gli autori hanno descritto Burning Daylight come una sorta di versione moderna dell’allegoria della caverna di Platone, ibridata con una domanda che sembra uscita da Black Mirror: “come sarebbe il mondo se Facebook fosse al comando?”.
Il gioco sembra non presentare scelte significative, eppure ce n’è almeno una, tanto forte filosoficamente quanto enigmatica. Ma, a parte questo, il mondo di Burning Daylight è pieno di immagini che si sovrappongono alla realtà, di sistemi che dicono alle persone cosa desiderare e di esseri umani che sembrano aver accettato come naturale qualcosa che naturale non è affatto. Vi direi che c’è qualcosa di The Electric State, nel modo in cui viene dipinto l’uso della tecnologia da parte della popolazione.
Ridurre Burning Daylight a una metafora dei social network gli farebbe un torto, è un gioco che in poco tempo parla, soprattutto attraverso le immagini, di umanità, alienazione e rapporto tra tecnologia e natura.
Ma chi sono io per dirvi cosa parla Burning Daylight?
Dura meno di un’ora, è gratis e quando finisce vi lascia più domande di quante ne avevate quando lo avete avviato.
Che cazzo ci fate ancora qui? Lo trovate qui.


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